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Prevenzione e Precauzione Ambientale per ridurre vittime e costi economici

Fare prevenzione ambientale significa gestire il rischio ambientale associato ad un disastro o ad una calamità naturale, quali frane, valanghe, terremoti, incendi, cambiamenti climatici, danni derivanti da condizioni meteorologiche avverse, ecc. In gran parte di questi casi la prevenzione si attua con sistemi di monitoraggio e opportune opere di geo-ingegneria. Si stima che fare prevenzione riduca i costi economici derivanti dagli eventuali danni provocati, oltre a ridurre sensibilmente il numero di vittime e feriti associati. Il principio di prevenzione (“better preventing than cleaning up”) prevede che i danni ambientali scientificamente prevedibili e certi debbano essere contrastati fin dall’inizio, fin dal momento dell’adozione di piani, programmi e progetti. Nella direttiva 85/337/CE si afferma che “la migliore politica ecologica consiste nell’evitare fin dall’inizio inquinamenti e altre perturbazioni, anziché combatterne successivamente gli effetti” e ancora, con particolare riguardo alle procedure di valutazione ambientale, che “nei processi tecnici di programmazione e di decisione si deve tener conto delle eventuali ripercussioni sull’ambiente, che a tal fine prevedono l’adozione di procedure per valutare queste ripercussioni”. Le procedure di valutazione ambientale devono considerare anche le ripercussioni negative eventuali, dovendo esse prevenire il degrado ambientale anche in assenza di una piena certezza scientifica del suo verificarsi. Il principio di precauzione (“better safe than sorry”) integra il principio di prevenzione e impone di valutare anche il rischio di ripercussioni negative sull’ambiente, in assenza di certezza scientifica del verificarsi delle conseguenze dannose. Esso si applica non a pericoli noti, ma a pericoli potenziali, non ancora conosciuti. In sintesi: “primum non nocere”, come enunciato da Ippocrate. La distinzione tra i principi strettamente connessi di prevenzione e precauzione, quindi, risiede nel grado di incertezza che circonda la probabilità del rischio: mentre il principio di prevenzione viene in gioco di fronte a “rischi certi”, quello di precauzione viene in gioco nella difficile gestione dei “rischi incerti”. Nella  Conferenza sull’Ambiente e lo Sviluppo delle Nazioni Unite (Earth Summit) di Rio de Janeiro del 1992, il principio di precauzione venne così definito: “Al fine di proteggere l’ambiente, un approccio cautelativo dovrebbe essere ampiamente utilizzato dagli Stati in funzione delle proprie capacità. In caso di rischio di danno grave o irreversibile, l’assenza di una piena certezza scientifica non deve costituire un motivo per differire l’adozione di misure adeguate ed effettive, anche in rapporto ai costi, dirette a prevenire il degrado ambientale”. Con gli anni, il campo di applicazione della precauzione, si è allargato alla politica di tutela dei consumatori, alla salute umana, animale e vegetale. Di fronte ai rischi ambientali per la salute abitualmente vengono proposti due atteggiamenti contrapposti. Il primo consiste  in una fiducia – talora irrazionale – nella capacità della tecnologia di risolvere i problemi che essa stessa genera. Il secondo invece insiste sul carattere politico dei problemi, contrapponendo all’approccio analitico e quantitativo quello olistico. Entrambi gli atteggiamenti nelle loro espressioni più diffuse sono insoddisfacenti per affrontare il problema. Tale insoddisfazione deriva soprattutto dalla difficoltà di integrare gli aspetti politici generali con quelli di valutazione tecnico-scientifica. Pertanto lo sviluppo è certamente una grande opportunità per il miglioramento delle condizioni economiche e sociali delle popolazioni, ma se non si concretizzano parallelamente azioni che ne favoriscano la sostenibilità ambientale e sanitaria, si corre il rischio di generare situazioni di danno non solo ambientale e sanitario ma anche economico e sociale. La cultura della prevenzione, importante e più che mai necessaria, deve accompagnarsi quindi a un nuovo modo di intendere il rapporto con l’ambiente circostante e con gli altri esseri umani. Solo così potremo ridurre il rischio ambientale che sempre più spesso è causato anche dall’inerzia di politica e Istituzioni e da quel malcostume tutto italiano che fa del “chi se ne frega” la parola d’ordine di chi, per interessi particolari o semplicemente per pressapochismo, è svogliatamente miope.