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Microplastiche: arrivano sulle nostre tavole direttamente con pesce e mitili!

Nel Mar Mediterraneo galleggiano 500 tonnellate di rifiuti plastici, che rappresentano circa l’80 per cento della spazzatura presente in mare: tali materiali impiegano dai 500 ai 1.000 anni per degradarsi e ciò rappresenta un serio problema non solo per le specie marine, ma anche per l’uomo, essendo la plastica entrata inevitabilmente nella catena alimentare.  Il problema dell’accumulo di materiale plastico nelle acque è talmente grave che in un’area posta tra la California e le Hawaii si è formata una vera e propria isola di plastica grande due volte l’Italia e profonda 30 metri. Lo strano fenomeno è stato causato dalle correnti marine, che hanno fatto convergere migliaia di tonnellate di rifiuti sparsi in mare. Ma il problema maggiore è creato da ciò che il nostro occhio non riesce a percepire: microparticelle di plastica spesse dai 0,3 ai 0,5 millimetri fluttuano nei nostri mari, alterando in modo significativo gli ecosistemi e contaminando la catena alimentare; gli oggetti di plastica, infatti, mano a mano si riducono in frammenti sempre più piccoli e invisibili ad occhio nudo.  E in Italia il problema è particolarmente avvertito: il nostro Paese consumava il 25 per cento dei sacchetti di plastica commerciati in Europa – ma c’è da dire che siamo stati anche i primi ad averli messi al bando. Nel Mediterraneo nessuna specie marina è esente dalle problematiche connesse alla contaminazione della plastica: delfini, balene, uccelli marini, ma anche specie di interesse commerciale come tonno e pesce spada che finiscono sulle nostre tavole, sono minacciati da tale tipo di inquinamento. La plastica in mare arriva dunque anche nei nostri piatti? Uno studio condotto dall’Università di Siena, che ha stimato che il 57 per cento dei campioni prelevati nei nostri mari è contaminato da questi elementi tossici. Le micro-particelle di plastica si mescolano con il plancton e tutti gli animali filtratori bloccano tali sostanze e le metabolizzano.  E non c’è modo di capire se un pesce è stato contaminato: la gravità della problematica sta proprio nel fatto che non è percepibile. In ogni caso per essere più sicuri dovremmo mangiare le specie che non sono all’apice della catena alimentare, evitando quindi i grandi predatori. Ma i problemi gravi non vanno drammatizzati, bensì gestiti: la plastica ha cambiato la qualità della vita dell’uomo e per questo dobbiamo riuscire a garantire il processo di riciclo di questo materiale, che può vivere una seconda, terza, quarta vita. Se abbandonata in ambiente libero, però, la plastica provoca dei danni incredibili, degradandosi solo dopo 500 o addirittura 1.000 anni.  La plastica si trova ovunque ed è necessario per questo fare una corretta raccolta differenziata; ma non dimentichiamo che gli ultimi dati dell’Agenzia Europea dell’Ambiente confermano che il 95 per cento delle coste è balneabile; inoltre in Italia, grazie ad esempio al lavoro di Arpa e Legambiente, i controlli sulla qualità delle acque sono frequentissimi”. Occhio, allora, al simbolo con le tre frecce presente sui prodotti: generalmente compare anche un numero da uno a sette, il quale indica la tipologia della plastica e il livello di riciclabilità della stessa. Il materiale, inoltre, non deve essere contaminato da sostanze nocive o tossiche come vernici e acidi, in quanto si creerebbero seri problemi alla filiera del riciclo. Un altro aspetto del riciclo che raramente viene evidenziato è il risparmio energetico: 25 bottiglie di plastica fanno risparmiare 30 chilowattora, che vuol dire 300 lampadine da 300 watt accese per un’ ora: ciò perché non utilizziamo materiale vergine, ma riciclato!. Calcolando che su 25 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica che circolano ogni anno in Europa solo il 21 per cento viene riciclato e che l’80 per cento dei rifiuti che finiscono in mare è rappresentato proprio dalla plastica, sarebbe un’ottima idea prepararsi alla prossima stagione balneare con un approccio più consapevole al problema. Un recente studio della University of Ghent in Belgio evidenzia che chi consuma abitualmente pesce (e mitili), ingerisce più di 11mila frammenti di plastica ogni anno. Per esempio, le cozze filtrano circa 20 litri di acqua al giorno e ingeriscono plastica. Parte di questa viene espulsa ma, in media, ogni cozza contiene un piccolo frammento di plastica, sebbene assorbito nei suoi tessuti. Secondo i dati degli studiosi belgi, se non si porrà un limite all’inquinamento dei mari entro la fine del secolo, la gente che mangia abitualmente pesce ingerirà circa 780mila pezzi di plastica all’anno, assorbendone 4000 attraverso il sistema digerente.